Lavoratori ‘protetti’:Le buone aziende non aspettano le buone leggi. Un articolo di Luisa Pogliana

Le nuove norme per le ‘categorie protette’ confermano la necessità forzare in questo modo le barriere poste da culture aziendali arretrate che non cambiano. In questo caso il pregiudizio su ch ha un ‘disabilità’ porta molte aziende, per esempio, a non superare il numero di dipendenti che vincola ad assunzioni ‘protette’, o comunque queste persone sono utilizzate solo per lavori non qualificati. Tanto che chi ha una certa istruzione o altre ccompetenze, non mette nel suo curriculum quell’indicazione, che può diventare penalizzante. Ma prassi positive in questo campo sono già state adottate -soprattutto da donne manager- non per obbligo, ma guardando la specificità di queste persone con gli stessi criteri con cui guardano a tutti coloro che in azienda lavorano: valorizzare ogni persona per quello che sa fare, metterla in condizioni di esprimere il suo potenziale. Isabella Covili -presidente di AIDP, allora responsabile del personale in una multinazionale- racconta come si può interpretare una legge tenendo conto della realtà di chi ne è toccato. “Sono alle prese con una relazione che dovrebbe spiegare alla casa madre americana perché dobbiamo assumere una quota di lavoratori chiamati ‘invalidi’. Mi torna in mente Arnaldo, una di queste persone. Era stato un etilista ed in quella fabbrica noi producevamo liquori. Come mettere un topo nel formaggio. Ma ora era guarito e voleva lavorare. Lo abbiamo assunto come operaio, adottando qualche necessaria attenzione, soprattutto nel gruppo di lavoro in cui era inserito. A volte chiedeva di parlarmi, per qualche consiglio sulla sua vita privata, e io gli prestavo attenzione. Così era sempre sorridente e contento. La sera prima di uscire si cambiava perché andava in città per trovare moglie. Ecco cosa dirò nella relazione: che a persone come lui è stata data una possibilità. Dovrò spiegare che la legge ce lo impone. Ma scrivo anche che le aziende ‘belle’ vanno oltre la legge perché le persone che le fanno ‘belle’ lo meritano”. In questa direzione è anche Tiziana Bernardi che, in un grande gruppo italiano, ha pensato a come dare migliori opportunità ai lavoratori con patologie gravi come la cecità, tutti addetti al centralino. Ha fatto realizzare un software per trasformare i documenti caricati nel computer da parole scritte in espressioni vocali, in modo che quelle persone potessero ascoltare il testo. Ha accompagnato il processo con una formazione -loro e dei colleghi- e li ha portati a fare recupero crediti lavorando da casa.

Occorre anche trasmettere questa cultura alle persone interessate, farle sentire come tutti gli altri. Perché succede che spesso introiettino l’idea di poter svolgere solo mansioni non qualificate e accettino un lavoro qualsiasi concentrandosi sulle garanzie di legge. Così sono spinte a stare nel guscio protettivo. Una responsabile della selezione in una grande azienda racconta di questo: “Cominciano cercando di assicurarsi le garanzie previste dalla legge, e poi non discutono del lavoro che vorrebbero fare. A questo punto io dico che diano per scontato che tutte le garanzie le avranno. E passo invece a parlare di cosa vorrebbero fare, vedendo insieme a quali mansioni potrebbero accedere”.

Dunque le aziende che rispettano le leggi nei minimi termini e lo scrivono nei loro bilanci sociali, non hanno molto di che vantarsi. Vale di più ogni intervento che si sposta dai limiti e dagli obblighi alle potenzialità. Come ci mostra un’altra manager, diventata responsabile di una struttura finalizzata a reperire informazioni richieste dall’area vendita. Un lavoro esecutivo, dunque gli addetti erano dequalificati, alcuni con disabilità, considerati “casi umani irrecuperabili”. Appena nominata, la responsabile ha portato in ufficio una torta per festeggiare. Quel gesto ha assunto un valore simbolico: per lei i collaboratori avevano un valore. Infatti ha puntato a farli crescere, dando compiti più impegnativi, ma non troppo, per evitare paura o rifiuto. C’è stato così un salto di capacità di questi lavoratori, che hanno imparato a fare ricerche in rete appassionandosi agli strumenti tecnologici, e hanno sviluppato l’orgoglio del proprio lavoro.

Le tutele di legge hanno la funzione di porre condizioni di partenza eque, ma se sono concepite solo come protezione di queste persone meno fortunate diventano una limitazione per la persona stessa. E per l’azienda, perché anche su questo terreno vanno sprecate capacità.

Luisa Pogliana

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