UN PASSO IN ALTO. Intervento di Luisa Pogliana all’incontro proposto da Marzia Gorini a Udine

Ci troviamo ancora una volta a parlare di ciò che ci ostacola l’accesso alle posizioni decisionali alte, dove si esercita il potere, perché anche su questa realtà le cose si stanno muovendo. Certo il potere è ancora largamente in mano agli uomini, che continuano a cooptare altri uomini. Ma si comincia a vederlo in modo diffuso come un fattore non solo ingiusto per le donne, ma anche negativo per le ricadute economiche e sociali. Tanto che su questo ci sono stati interventi istituzionali, come per esempio la nota legge sulle quote di donne nei CDA. Ma non possiamo aspettare che il cambiamento ci venga dall’alto o da altri soggetti. Niente cambia se non ci muoviamo noi. Anche quella legge non è nata solo dalle due parlamentari, ma dalla forte pressione delle donne per rimuovere questi sbarramenti. La proposta di questo incontro è dunque di spostare l’attenzione su di noi, su quella parte del problema che può stare nelle nostre mani.

Il rapporto con il potere è sempre stato problematico per le donne, perché in prevalenza viene esercitato come comando e controllo, con logiche in cui le donne non si ritrovano. Così tendono a tenersi lontane da questi luoghi anche quando ci sia qualche possibilità di entrarvi. Ma in questo modo la cultura aziendale in quei ruoli continua ad essere maschile, una cultura che sminuisce il valore delle donne nel mondo del lavoro, con conseguenze nella loro vita. Per esempio, dal blocco delle carriere per le donne deriva anche il minor reddito rispetto agli uomini, perché l’accesso ai ruoli professionali e gerarchici più alti porta a una maggiore remunerazione. Oppure, per fare un altro esempio, la disparità retributiva si vede anche tra diversi settori produttivi: la retribuzione media a parità di mansione è più bassa dove la manodopera è prevalentemente femminile rispetto a quelli con manodopera più maschile (vedi il settore tessile vs metalmeccanico).

Dunque puntare a conquistarci più posti nei ruoli decisionali non è solo forzare una limitazione della nostra libertà, permettere a più donne di realizzarsi professionalmente senza limiti a priori, ma significa anche poter cambiare la cultura manageriale e le politiche aziendali che ne derivano. Da alcuni anni, infatti, molte manager hanno rifiutato la cultura che domina nei luoghi ‘del potere’, ma hanno rifiutato anche di stare fuori da dove si decidono le strategie e le politiche aziendali. Hanno colto la potenzialità di stare nei ruoli decisionali alti se sono pensati e agiti diversamente. Hanno assunto quei ruoli fondandosi invece sul proprio modo di concepire il potere e il modo di governare un’azienda Così hanno realizzato nuove politiche oltre le concezioni consolidate del management, con benefici imprevisti per l’azienda e chi vi lavora (per conoscerle rimando al mio libro Esplorare i confini, dedicato a questo)Ne prendiamo però una lezione. Realizzare queste politiche non è stato facile, proprio perché si toccano equilibri di potere. Ma queste donne non si sono arrese all’idea che sia impossibile cambiare. Questo ci dice che ognuna di noi può fare qualcosa. Certamente  nessuna è tenuta ad assumere ruoli impegnativi se non lo desidera. Ogni scelta va bene se è consapevole e libera. Ma dobbiamo anche considerare che forse noi non ci concediamo di desiderare una situazione in cui possiamo avere potere, cioè la libertà di agire come noi riteniamo giusto. Ma se desideriamo raggiungere ruoli più alti, facciamo bene a provarci. Non è facile e non ci sono modelli, ma dall’esperienza vediamo che ci sono modi che possono aiutarci.

Prima di tutto aiuta molto prendere consapevolezza delle nostre resistenze. Che sono riconducibili a due nodi principaliSpesso siamo noi, per i problemi che abbiamo detto, a frenarci fin dal desiderio. La cultura di svalutazione delle donne finisce per intaccare la fiducia in noi stesse, porta a non vedere il nostro valore. L’altro nodo è quando le donne che desiderano realizzarsi nel lavoro hanno figli, sempre un passaggio chiave nel lavoro delle donne perché sappiamo come ancora per le aziende sia motivo di penalizzazione. Ma oltre alle difficoltà che ci vengono dall’esterno, dentro di noi si scatenano sensi di colpa (ma chiediamoci: colpa di che cosa?) perchè socialmente ancora c’è l’idea che i figli debbano assorbire tutta la realizzazione di una donna. Mentre figli e carriera non sono necessariamente incompatibili, con adeguate politiche aziendali e il coinvolgimento dei padri. (Nel libro citato troviamo esperienze di manager che hanno cambiato le politiche aziendali, proprio a partire dal proprio desiderio di un figlio). E aggiungiamo che una donne soddisfatta della sua vita, anche se con un lavoro assorbente, trasmette ai figli la sua ricchezza.

Per affrontare questi nodi serve confrontarsi con altre donne nella stessa situazione, che vogliono fare questo passo o che l’hanno fatto. Darsi valore e darlo alle altre porta a un sostegno reciproco. Ci aiuta vedere -guardando le altre esperienze- che le situazioni sono spesso meno difficili di quanto la paura ci fa credere. Soprattutto, l’atteggiamento necessario  è quello di non restare in attesa che qualcuno ci offra una possibilità riconoscendo le nostre capacità. Non succede quasi mai. (“è il cardine che cigola quello che riceve l’olio”). Dobbiamo invece muoverci nella situazione in cui ci troviamo cogliendo le possibilità che ne emergono: provarci, magari scontrarsi con dei muri ma quando si trova una porta, entrare. Non rinunciamo quando vediamo un’opportunità, anche se non siamo sicure di essere del tutto preparate (come non lo sono gli uomini, che non per questo si ritraggono), e ricordiamo che molto si impara facendo

Pensiamo che se l’assumere questi ruoli richiede fatica, c’è però anche il piacere: di entrare dove non si poteva e di decidere liberamente. E pensiamo che dove non ci siamo noi a decidere c’è qualcun altro che non decide come noi vorremmo.  C’è consapevolezza diffusa tra le donne della sopraffazione che troviamo nei luoghi del lavoro, e c’è voglia di non lasciare più che questo continui. I tempi sono maturi per fare questo passo in alto. Un incoraggiamento ci viene anche da quello che è successo in America con le denunce di molte donne dei i ricatti sessuali nel lavoro dello spettacolo. Quel sistema è crollato. L’azienda del potente violentatore Weinstein è fallita. Ma c’è un seguito che vale come simbolo: quell’azienda fallita è stata comperata da una donna, che ha messo a dirigerla un board tutto di donne. Anche così si spazza via una cultura di sopraffazione.

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