Una recensione su FOR

Renata Borgato, nota per la sua attività di formatrice, mi ha inviato in anteprima una sua recensione del libro preparata per il prossimo numero di FOR, rivista dell’AIF, Associazione dei Formatori Italiani.
La riporto qui, ringraziando tantissimo Renata, che ha dato la sua intervista per il libro, e lo ha sotenuto anche promuovendone la presentazione alla Casa della Cultura a Milano.

Alcuni libri sono importanti non solo per quello che dicono, ma anche per il momento in cui lo dicono, per la capacità che hanno di cogliere con precisione e di rappresentare le dinamiche che sono in corso, facendo sintesi di quanto è avvenuto prima, inducendo a riflettere sul presente e facendo balenare i possibili sviluppi. Il libro di Luisa Pogliana è uno di questi.
La metafora contenuta nel titolo “Donne senza guscio” indica inequivocabilmente che nel libro si parla di un momento di transizione. I granchi sono senza guscio nella delicata fase in cui hanno perso il vecchio carapace e sono in attesa che quello nuovo si ricostituisca. Una fase in cui non sono protetti, fragili. Per tornare alla metafora, il loro stato rappresenta bene quello in cui si trovano oggi le donne nel mondo del lavoro.
Il centro di interesse intorno al quale si sviluppa il libro di Luisa Pogliana non è quello della presenza femminile nel mercato del lavoro: non si occupa di percentuali, di distribuzione o di coorti di età, ma quello del modo con cui le donne che lavorano vivono: il complesso intreccio di relazione con se stesse, l’immagine che si ha di sé e quella che si proietta all’esterno, le relazioni con le altre e con gli altri. Un tutto in cui il lavoro ha una parte importante.
Sarebbe riduttivo pensare solo al doppio ruolo, alle contraddizioni, alle difficoltà di chi si deve reinventare un guscio. E forse lo desidera o forse no: il guscio protegge, ma al tempo stesso limita, impedisce di svilupparsi. E poi, necessariamente, deve essere cambiato. La pelle è senz’altro più delicata, ma asseconda i cambiamenti. In ogni caso, che lo si rimpianga o che ci se ne senta liberate, il vecchio carapace non c’è più. Ed è probabile che in questa fase delicata e appassionante, in cui ci si deve proteggere, ma al contempo è possibile espandersi, in cui ci si può raffigurare in una forma ancora ignota, in cui non ci sono modelli, si abbia bisogno di specchi. Per vedere se stesse riflesse negli occhi di quante ci somigliano per genere e stato e di quante ci somigliano meno e proprio per questo ci svelano dei punti di vista e delle opportunità a cui non avevamo pensato.
Uno degli elementi di interesse – e di fascino – del libro di Luisa Pogliana è costituito dal fatto che è uno specchio. E che lo specchio è piccolo: quelle che vi si guardano dentro, e che si fanno guardare, rappresentano una parzialità e non solo perché costituiscono un frammento, senz’altro minoritario, delle donne che popolano il mercato del lavoro. In questo senso un merito di Pogliana è quello di essere sfuggita alla tentazione di generalizzare e di aver capito che la complessità si coglie più completamente proprio se si sa guardare il particolare. Pogliana parte da un dato autobiografico: l’autrice ha vissuto la maggior parte della sua vita lavorativa in una grande azienda italiana, leader nel suo settore. Per molti anni è stata dirigente, direttore di uno staff. Essere donna e manager è stata la sua vita di lavoro.
Via via che viveva questa vita, le soddisfazioni e la rabbia, la crescita e gli ostacoli, e ragionava attorno a quello che succedeva a lei e intorno a lei, maturava il suo desiderio di scrivere proprio su questi delicati temi. Voleva elaborare e riflettere sulla sua vita, e da essa partire per documentare, trasmettere, discutere. Come Pogliana stessa sottolinea, è stata mossa soprattutto da un bisogno di giustizia, rispetto a una cultura aziendale ancora così escludente, limitante e iniqua verso le donne. Dunque il suo scopo nella scrittura del libro è stato quello di far vedere come è in realtà la vita quotidiana delle donne manager, di mostrare quali sono i fattori frenanti che condizionano una piena realizzazione di sé nel lavoro, e i prezzi che si devono pagare. Ma anche le pratiche possibili.
Così, partendo da sé stessa, Pogliana ha pensato di coinvolgere in un percorso di riflessione altre donne che vivono situazioni simili. Si tratta quindi di una ricerca fondata sull’esperienza diretta e sulla testimonianza di chi ben sa cosa significa lavorare in azienda: osservare con gli occhi e le emozioni di chi quella condizione l’ha vissuta cambia le chiavi di lettura. Come Pogliana stessa dice, ha scelto di confrontarsi con donne che non sono un semplice ‘campione rappresentativo’, ma una moltiplicazione dei punti di osservazione e di riflessione. E l’autoanalisi si è manifestata come occasione di analisi.
Quello che più ha interessato Luisa Pogliana è stato il fatto di mettere in evidenza è che queste donne cercano un personale modo di realizzarsi nel lavoro senza appiattirsi su modelli dominanti. Hanno saputo trovare soluzioni concrete e personali, mettendo in atto tentativi di rottura delle regole aziendali. Perché la cultura aziendale dominante prevede un modello unico di management, che di fatto ostacola le donne, con meccanismi decisionali non trasparenti che consentono favoritismi e cooptazioni tra uomini, possibili anche per l’assenza delle donne dalle strutture dove si esercita il potere. Facendo i conti anche con i freni che agiscono dentro di sé, derivati da un’esclusione secolare dall’agire pubblico, che genera insicurezza, scarsa autostima, difficoltà a valorizzarsi e a chiedere.
Ognuna di queste donne ha cercato di esprimere nel lavoro la propria soggettività, intendendo con ciò la consapevolezza di sé, di quello che si desidera, e la determinazione ad agire perché il desiderio si trasformi in realtà.
Queste donne non costituiscono chissà quale modello, ma sono tutte persone che una via se la sono trovata, stando nella situazione data, senza aspettare le soluzioni da altri. Hanno trovato la strada lavorando sul qui ed ora, senza deleghe e senza alibi. Una grande assunzione di responsabilità, perché è vero che tutto ha un’origine sociale, ma le cose accadono a livello individuale, e questo non possiamo eluderlo.
Le donne che hanno collaborato cercano un personale modo di realizzarsi nel lavoro senza appiattirsi su modelli dominanti. Ognuna ha saputo trovare soluzioni concrete e personali, nella situazione data, senza deleghe e senza alibi. Hanno messo in atto tentativi di rottura delle regole aziendali e dei meccanismi del potere costruiti storicamente a misura d’uomo che ostacolano le loro potenzialità.
Infatti queste donne hanno un modo diverso di pensare al lavoro e alla carriera,
amano il lavoro, che è prima di tutto una prospettiva di autorealizzazione. Per loro la carriera è una scelta, non un obbligo sociale su cui si appiattisce tutto il resto, ma un percorso flessibile per accogliere gli altri aspetti della vita, inserito in un progetto di vita intero.
A partire da questo si delinea un diverso modo di esprimere il ruolo manageriale e la leadership, criticando i limiti delle regole correnti e indicando cambiamenti possibili.
Innanzitutto rispetto ai modelli organizzativi, creati dagli uomini a loro misura. Soprattutto per l’uso del tempo, con la richiesta di una disponibilità illimitata a prescindere dalle necessità reali, e la rigidità degli orari, non sempre necessaria e funzionale. Così, contro le dominanti carriere presenzialiste, si chiede lavorare per obiettivi e un sistema premiante meritocratico, ovvero basato sul raggiungimento degli obiettivi. Si chiede un sistema più trasparente.
Infatti l’altro grande nodo critico riguarda proprio le strutture del potere, che operano senza trasparenza, tramite favoritismi e cooptazione in totale opacità ed arbitrio.
Le donne che si raccontano nel libro delineano un modo di essere manager che non si struttura in un modello stereotipato – il femminile da contrapporre al maschile – ma che significa essere se stessa nel ruolo. E senza ignorare i vincoli entro cui si muovono, cercano di cambiare il contesto in un modo più corrispondente a sé.
Il libro dunque vuole mettere in circolo tutto questo permette di rispecchiarsi, apprendere dallo scambio di esperienze, di sentirsi meno inadeguate, meno sole. Trovarsi nelle altre si apre la possibilità di trovare percorsi praticabili nonostante i contesti sfavorevoli e ingiusti.
Queste donne infatti portano nel lavoro la loro differenza, in questi ruoli un diverso modo di essere. A cominciare dalla loro visione del lavoro e della carriera, così lontana da tutto ciò che viene posto come modello unico, ma così efficace perché vicina al loro modo di essere, capace di non lasciare fuori parti della realtà. Il lavoro è una scelta di autorealizzazione, queste donne amano il loro lavoro, e la carriera non persegue un solo progetto a tappe forzate, ma è un percorso flessibile per accogliere gli altri aspetti della vita. Il lavoro è imprescindibile ma inserito in un progetto di vita complessivo, di persone intere e indivisibili.
A partire da questo emergono alcune costanti di un modo femminile di interpretare il ruolo manageriale.
Per esempio, i modelli organizzativi sono criticati nelle rigidità e ritualità insensate che ostacolano le donne, e riformulati. Contro le carriere presenzialiste e le conseguenti rigidità di orario a prescindere dalle necessità, per un sistema realmente meritocratico, che basi le valutazioni sul lavorare per obiettivi (che, tra l’altro, risolverebbe molti aspetti del famigerato ‘problema’ della maternità). Così come importate è l’attenzione alle persone, nella consapevolezza che se si sta meglio si lavora meglio.
Insomma, le donne mostrano che non esiste un modello unico di management, buono per tutti e tutte. E cercano di cambiare i codici, l’organizzazione del lavoro, i tempi, le relazioni, le regole, senza ignorare i vincoli entro cui si muovono, ma tenendo conto di come sono loro. E delineando così uno stile femminile di management, che è prima di tutto essere se stessa.
Così in queste ‘normali’ storie di donne con percorsi manageriali possiamo trovare indicazioni diverse, coraggiose, utili anche per il percorso di altre. Non per trovare soluzioni ready-made, ma alla ricerca di qualche ‘chiave’ soggettiva, eppure replicabile.
Mettere in circolo tutto questo ci permette di sentirci meno inadeguate, meno sole, di trovare nelle altre ciò che apre a possibilità di risposte non individuali e non isolate. Rafforzandoci nella fiducia di poter trovare percorsi praticabili nonostante i contesti sfavorevoli e ingiusti.
Procedendo in questo modo Pogliana ha anche seguito un metodo prezioso per procedere nelle indagini sociologiche. Ciò che ci è vicino ci permette di analizzare a fondo le infinite sfaccettature delle diversità. Ci insegna per somiglianza e per differenza.
Raccontarsi e raccontare permette alle persone di fare chiarezza in se stesse e soprattutto di dare diritto di cittadinanza a tanti pensieri e a tante difficoltà che rischiano di farci sentire deboli e – in una società col mito della forza – di conseguenza colpevoli. Raccontarsi e raccontare permette di intrecciare il proprio vissuto a quello di altre e di altri e a trasformare l’autobiografia personale in storia di una cultura. Rafforza e abilita. Forse permette persino di rappresentarsi un momento in cui il guscio non sarà più necessario. Il libro ci aiuta a fare un piccolo passo in questo senso. E di questo personalmente sono grata all’autrice.
Devo ringraziare il libro anche in quanto formatrice. Quando parlo del mio lavoro dico consapevolmente “sono una formatrice” e non “faccio la formatrice” e so di indicare in questo modo un’identificazione forte con il mio lavoro: guscio o pelle che sia. Per questo mi riescono preziose tutte quelle letture che mi danno stimoli per svolgere meglio la mia attività.
Donne senza guscio è uno strumento prezioso da utilizzare nei corsi di formazione perché se ne possono fare utilizzi innumerevoli. Può introdurre all’uso formativo della pratica autobiografica personale e di azienda, far riflettere sulle potenzialità dello storytelling. Può fornire case history, esempi da sviluppare attraverso induzione e deduzione. E soprattutto può far sentire che non siamo sole, pur nella nostra unicità. E quindi renderci più forti.
Renata Borgato

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