Allentare il controllo e condividere le responsabilità

 S.E.  HR manager in una multinazionale:  trovare una nuova organizzazione della sua struttura di lavoro per consentire la maternità di chi la dirige, senza sostituzioni e blocchi di carriera.  S.E. parla di come ha trasformato il ‘problema’ della propria maternità in un evento ‘naturale’. Così efficace che la risposta all’emergenza diventa l’orientamento stabile dell’organizzazione. Tutto si fonda su far crescere la responsabilità manageriale diffusa nel gruppo di lavoro. Che diventa beneficio anche per chi dirige :  può alzare il suo livello di impegno nell’attività di indirizzo, può “guardare lontano”nelle strategie aziendali .  Ma non è tutto. Ciò che permette questo passaggio è anche “mollare il controllo e distribuire le responsabilità” nei ruoli famigliari. Che non è una cosa tanto ovvia e frequente, e nemmeno tanto esplicitamente affrontata. (Luisa Pogliana)

Qualcuno dice che la maternità equivale a una job rotation. Cambiare ruolo in azienda presuppone l’acquisizione e la messa in campo di nuove competenze, la comprensione e l’adattamento a nuove dinamiche relazionali, l’assunzione di nuove responsabilità. In questo senso, secondo me la job rotation inizia già in gravidanza, sia in ambito lavorativo che extra-lavorativo. Qualche mese prima di stare a casa dal lavoro, ho proposto al mio responsabile la mia idea per gestire la mia assenza: avrei distribuito le attività che seguivo tra i miei collaboratori (e qualcosina toccava anche a lui), evitando di dover prendere una persona che mi sostituisse (per il tipo di lavoro che seguo non sarebbe stato comunque funzionale). La responsabilità formale della mia casella organizzativa, e con essa il coordinamento del mio team, è stata tenuta ad interim dal mio responsabile.

Questa soluzione, nata ed accolta in modo naturale, ha permesso ai miei collaboratori di avere maggiore responsabilità, sempre nell’ambito delle attività da loro seguite, e maggiore visibilità verso il resto dell’azienda e verso i livelli organizzativi più alti. Per quanto mi riguardava, mi faceva stare tranquilla: tutte le attività presidiate, e da persone di cui mi fidavo.

Ma come preparare i collaboratori a questo passaggio? E prima ancora, come prepararmi io? Io che ero sempre sul pezzo, sempre presente, e su molti temi anche dal punto di vista puramente operativo. La prima cosa che ho dovuto imparare (e che fatica!) è stata, quindi, mollare la presa, diminuire il controllo sulle attività che seguivano i miei collaboratori e iniziare a delegare le mie responsabilità. Quindi, niente più riunioni da sola, ma sempre coinvolgendo chi di loro avrebbe poi seguito il progetto. Massima condivisione di tutte le informazioni, anche di quelle che un tempo avrei ritenuto non  importanti. Il mio doveva diventare un ruolo di “facilitatore di relazioni” (anche tra miei collaboratori e il mio capo) e di supporto su come gestire determinate situazioni. Alla fine, la mia presenza non doveva più essere indispensabile.

Una volta a casa, ma prima del parto, ho continuato a lavorare alcune ore al giorno, per sistemare alcuni documenti e riordinare file e cartelle, in modo da lasciare tutto in ordine per chi ne avesse avuto bisogno. Finita questa attività di “riordino”, mi sono finalmente concessa di non pensare più al lavoro. Aiutata dal fatto che non ricevevo mail o telefonate dal capo, dai collaboratori o dai colleghi: avevo quindi lasciato perfettamente tutte le consegne? I miei collaboratori erano assolutamente in grado di gestire, con il mio capo, tutte le attività e le varie criticità? E senza di me? Se da un lato tutto ciò mi lusingava (evidentemente avevo fatto un  buon lavoro preparatorio), dall’altro mi faceva sentire un po’ inutile… Ma già sapevo che di questa “tranquillità lavorativa” avrei beneficiato una volta partorito.

Come già detto, anche in ambito extra-lavorativo ho avuto modo di sperimentare e confrontarmi con nuove competenze, nuove dinamiche e diversi gradi di responsabilità. In gravidanza non ho avuto alcuna complicazione. Quindi, perché non continuare a fare la stessa vita di prima? Perché limitarmi? Certo, facevo attenzione a non fare troppi sforzi fisici (ma che vuoi che sia portare le borse della spesa?) e a non stancarmi troppo (qualche lavoretto in casa dopo una giornata di lavoro non è certo stancante). E mio marito che continuava a dirmi: fai attenzione, non stancarti, lascia stare che poi faccio io (sì, faccio io…). Finché, un giorno, ho capito.

La mia responsabilità non si limitava al dover stare bene io per far crescere bene le due creature che portavo in grembo. Io ero responsabile di due creature che non erano solo mie. Erano anche del loro papà, che aveva, dunque, tutto il diritto (e il dovere) di prendersi cura di loro attraverso me. Da quel momento ho sentito di dovere ascoltare (e mettere in pratica) le raccomandazioni di mio marito. Ma perché, ancora, tanta fatica? Perché si trattava, anche in questo caso, di mollare la presa, di allentare il controllo, di sentirmi meno indipendente e di dover, quindi, chiedere aiuto anche per le cose, a mio avviso, più insignificanti. Chiedere aiuto…!!!

Finalmente nascono i gemelli . E tutto d’un tratto quanto sperimentato in gravidanza (il delegare completamente alcune responsabilità, la necessità di allentare il controllo, l’essere meno autonoma, il dover talvolta chiedere aiuto) si amplifica all’ennesima potenza. E’ uno tsunami che mi travolge. Giusto per rendere l’idea: i bambini mangiavano 7 volte al giorno, il che significava cambiare (minimo) 14 pannolini, preparare e somministrare 14 biberon. Tutto ciò durava almeno 1 ora ciascuno: significa che 14 ore al giorno (a cicli di 3 ore e mezza ciascuno) erano dedicate solo alle attività di base. Tutto il resto era un optional. In queste condizioni non era possibile pensare di potercela fare da soli. Fin dall’inizio non abbiamo avuto dubbi e ci siamo organizzati per avere tutto il supporto necessario. La casa è diventata un “porto di mare”: la signora che veniva qualche volta la notte, la tata ogni mattina, i nonni che volevano essere d’aiuto sempre e comunque… e ognuno di loro che chiedeva cosa, come, dove, faccio io o fai tu, è giusto così o è meglio colà. Mantenere il controllo in questa situazione è impossibile. E se provi a farlo, impazzisci. E quindi: organizzazione quasi militare (chi viene quando e a fare cosa) e training on the job: la prima volta ti mostro come si fa, la seconda la fai tu con me accanto, la terza volta la fai da sola. Pazienza se non è esattamente come avrei fatto io. I bimbi stanno bene? Ricevono ciò di cui hanno bisogno? Questo è ciò che conta. Ma allentare il controllo non è stata l’unica cosa che mi ha permesso di sopravvivere prima e di vivere bene dopo.

L’altra cosa, fondamentale, è stata l’aver fin da subito condiviso con mio marito la responsabilità di tutte le decisioni, dalla scelta della tata da assumere alla quantità di latte da dare ai bimbi a ogni poppata. Sempre insieme a ogni visita di controllo dal pediatra, a fare le vaccinazioni, e così via. In questo modo, io non mi sono sentita addosso il peso della totale responsabilità e il papà è stato, e si è sentito, fin da subito corresponsabile di tutto ciò che riguardava i suoi figli. Ogni decisione veniva e viene presa insieme. Anche per quanto riguarda le attività di “routine”, fin da subito il papà ha voluto parteciparvi attivamente, ovviamente quando è a casa. Ognuno un bimbo (alternandoci sempre), ognuno segue il “processo end-to-end ”, dal cambio pannolino alla pappa, fino all’addormentamento se è l’ora.

All’inizio mi dispiaceva… tornava dal lavoro la sera, stanco, ma voleva comunque occuparsene anche lui. Io ero a casa, con l’unico compito (l’unico!) di occuparmi dei bambini, e mi sembrava “di approfittarne”. Ma, ancora una volta, il punto era che anche lui voleva prendersi cura dei bambini ed era giusto (per i bambini, per me, ma soprattutto per lui) che lo facesse. Stanchi? Tanto. Tempo per stare un po’ da soli, anche solo per parlare di cose “pratiche”? Poco, pochissimo. Cambieremmo qualcosa se tornassimo indietro? Decisamente no. Sono passati 8 mesi dall’arrivo dei bambini. L’organizzazione è ben avviata, è chiaro chi fa cosa e quando e ognuno ha i suoi spazi (ho imparato a prendermeli anch’io). Continuo a pensare che se le cose non sono fatte come le avrei fatte io, va bene lo stesso. Mio marito ed io continuiamo a prendere insieme tutte le decisioni (da quale asilo nido scegliere a quali cibi introdurre durante lo svezzamento).

Sono tornata al lavoro. E ho portato con me tutte le cose che ho imparato, ma soprattutto applicato sul campo, durante la gravidanza e la maternità: allentare il controllo e condividere le responsabilità. Il mio mantra è: se i miei collaboratori hanno lavorato (bene) senza di me per 8 mesi, possono continuare a farlo. Quindi, niente colli di bottiglia: se posso esserci bene, altrimenti avanti lo stesso, mi aggiorneranno poi. Condividiamo le linee guida da seguire, li aiuto a trovare le modalità migliori per affrontare un particolare tema o per relazionarsi con qualcuno, decidiamo insieme il piano attività e i progetti che vale o non vale la pena avviare.  I momenti di allineamento tra me e i miei collaboratori hanno trovato una diversa e migliore ragione di esistere: prima erano quasi una formalità, poiché io stavo su quasi tutti i loro tavoli di lavoro. Ora sono diventati per me una necessità, perché sono loro a guidare i diversi progetti e a me serve un momento in cui loro mi aggiornano (e aggiornano i colleghi) sullo stato di avanzamento. Questa per me nuova modalità di lavoro mi dà il tempo e l’energia per occuparmi di temi meno operativi e più strategici. Alzare la testa e guardare un po’ più lontano, poter ragionare su ciò che potrebbe servire all’azienda fra qualche anno anziché domani, proporre nuove iniziative al Direttore anziché reagire a sue sollecitazioni, e così via.

Questo, di fatto, era ed è il mio ruolo; oggi, grazie a tutto ciò che ho capito e imparato, credo di essere in grado di coprirlo molto meglio.

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