Un contributo di Myriam Ines Giangiacomo: il suo intervento all’incontro di Managerzen a Roma

domenica

18

novembre

alle ore:

 

L’incontro a Roma con Managerzen e Spazio dell’anima, è stato molto coinvolgente, come ho già detto, anche perchè alcune donne hanno ripercorso esperienze della propria vita legate ai temi del libro. L’intervento di Myriam, che riporto qui di seguito, mi aveva colpita per aspetti in cui non solo mi rispecchio ma che ho anche trovato spesso nei molti incontri fatti in questi mesi.
Intanto la fonte preziosa di comprensione e di elaborazione che può essere costituita dallo scrivere di sé. Per me tutto il libro è nato prima di tutto da questo. Quando si parla dell’importanza di partire da sé non si recita un mantra ideologico, è che già così si comincia a cambiare. E naturalmente si parte da sé ma non ci si ferma a sé. In questo senso la costruzione del libro è stata davvero una forma di autocoscienza, anche se non ci avevo affatto pensato.
Ma la cosa che mi ha toccata di più è stato quando Myriam parla del dolore, si, il lavoro diventa spesso anche fonte di dolore per noi. Penso che non sia solo la sofferenza per problemi di carriere ostacolate, di ingiustizie lavorative che succedon
o a tutti, di preoccupazioni e frustrazioni razionali e legate ad aspetti economici, ‘materiali’. Il dolore per noi nasce anche dall’investimento affettivo che mettiamo nel lavoro, quando lo scegliamo: lavorare è anche amore per noi, per quello che facciamo, per quello che siamo, che diventiamo. Non è un caso che Myriam usi una metafora forte, di violenza in un rapporto che dovrebbe essere relazione d’amore. Io so bene cosa vuol dire. E so anche, proprio come nello stupro, cosa vuol dire tenersi tutto dentro e non parlarne perché quasi ci si vergogna, come se fosse colpa nostra, segno di incapacità o fallimento personale. Terribile. Ma quella sera a Roma ci sono stati anche dei commenti importanti e di aiuto a questo proposito. Ricordo in particolare una cosa detta da Pina Grimaldi:
Una delle strategie del potere come dominio è l’annientamento dell’altro. Come donne siamo state sempre annientate: un uomo non regge se un altro uomo riesce ad annientarlo; una donna può, perché l’ha sempre vissuto. E’ abituata. Ha le qualità per conservare la forza ed usarla, senza sentirsi annientata, perché per lei non conta. Le donne hanno la forza per risollevarsi tante e tante volte, e ogni volta rinasce con forze nuove”.
E infatti abbiamo sentito Myriam, e altre, raccontare come da questo dolore abbia avviato un processo di ricostruzione di identità che ha permesso di raggiungere una nuova fase di realizzazione di sé. Forse anche perché il lavoro per noi è vitale e imprescindibile, ma non è tutta la vita e l’unica identità.

L’invito di Luisa Pogliana a partecipare alla sua ricerca è stato per me molto lusinghiero ed anche emozionante, direi. Soprattutto, però, ha avuto due importanti risvolti nella mia vita personale. Il primo: ho sempre sofferto della ‘sindrome del foglio bianco’, questo è il motivo per il quale, pur avendo pensato mille volte di avere qualcosa da dire – e quindi da scrivere – non lo avevo mai fatto. Luisa, in qualche modo, mi ha ‘incastrato’, sebbene tra quando mi ha inviato la sua traccia di intervista e quando finalmente le ho trasmesso il mio testo siano passati svariati mesi, con la consapevolezza crescente che stavo facendo una ben meschina figura. All’inizio infatti ci si può far passare per molto occupata ma poi si rischia di dare la percezione di persona ‘inaffidabile’. Per evitarlo, alla fine, non mi restava che scrivere. L’ho fatto con una modalità che definirei ‘torrentizia’. Ho scritto pagine e pagine ripercorrendo tutta la mia vita, professionale e non. Come credo succeda sempre nelle narrazioni autobiografiche, che da professionista della formazione considero sempre efficacissime come pratiche autoriflessive, mi si sono disvelati, in maniera inconfutabile nessi, collegamenti, rapporti causa-effetto, omissioni e rimozioni come mai prima di allora. E qui veniamo al secondo importante impatto sulla mia vita e sulla consapevolezza di me che ha avuto il partecipare alla ricerca condotta da Luisa. Ho bisogno, a questo punto, di fare una piccola digressione autobiografica. Lavoro da più di 27 anni in ambito aziendale – non sempre nella stessa azienda ma sempre nella funzione del Personale: mi sono, quindi, sempre presa cura di persone nelle varie sfaccettature possibili nelle grandi organizzazioni. Alla fine del 2002 ricoprivo una posizione di un discreto peso all’interno dell’azienda in cui ero allora – nell’ambito di uno dei più grandi e importanti gruppi industriali italiani – e mi sentivo al culmine dell’impegno e della soddisfazione. Nei processi di formazione e sviluppo di cui mi occupavo stavamo conseguendo risultati importanti, ero riuscita a introdurre metodologie innovative, ad acquisire visibilità e credito presso i colleghi di tutti i livelli, avevo una squadra di collaboratori di elevata qualità, riuscivo a conciliare abbastanza bene l’impegno familiare e di mamma ed ero felice. Dalla sera alla mattina, pochi giorni prima del Natale 2002, mi è crollato tutto addosso. Il mio capo, al quale il mio agire impediva di continuare a gestire in maniera clientelare il suo potere, aveva fatto in modo di farmi rimuovere e confinare in una stanza dalla porta chiusa che mi separava inesorabilmente da quello che era stato fino al giorno prima il mio amato mondo. Senza che nessuno, dico nessuno, né i capi, né i capi dei capi, riuscisse, o meglio fosse lealmente disponibile, a darmi quella spiegazione che io inutilmente, reiteratamente e in tutti i modi ho chiesto per tanto tempo: ho vissuto sei lunghi mesi di vero mobbing. Dal massimo dell’attività e della visibilità allo zero assoluto di entrambi. Avrei potuto cadere in depressione ma grazie alla solidità della mia formazione, al calore della famiglia, degli amici e dei colleghi – tra cui mi è stato possibile operare un significativa selezione – questo non è successo, anzi….. Il dolore, si, il dolore è stato enorme e la rottura di qualcosa dentro di me, irreversibile al punto da arrivare a definire quanto accaduto uno ‘stupro’ aziendale. L’invito di Luisa è arrivato nel 2007. In quei cinque anni, pur vivendo una vita interessante e serena, avevo tenuto il mio dolore come un macigno sul cuore senza rendermi conto del suo peso. L’occasione di scriverne, di sciogliere il macigno come fosse di sale nel fluido di quelle pagine mi ha consentito di liberarmene, di prenderne le distanze. E’ come se avessi impacchettato definitivamente un diario concluso in una bella scatola con il suo nastro: un ricordo da lasciare come storia, come memoria di una esperienza possibile ma non più, in assoluto, in grado di condizionarmi, di intristirmi, di provocarmi dolore e rimpianti. Insomma, il lavoro di scrittura richiestomi da Luisa ha avuto un determinante effetto catartico della cui utilità, fino ad allora, non avevo avuto nemmeno il sentore. Sono ripartita da lì con una nuova, profonda leggerezza verso le nuove avventure in cui mi sono lanciata con entusiasmo. La più importante di tutte è certamente questo spazio in cui siamo, lo ‘Spazio dell’anima’. L’aver riempito svariate pagine di una scrittura non proprio orribile (anche al mio giudizio sempre molto, molto autocritico) mi ha permesso di pensare che di poter scrivere ancora. Non che oggi lo faccia molto di più, ma anche il foglio bianco ha smesso di farmi paura! Forse vi ho preso tanto tempo ma tenevo molto a esprimere a Luisa, con tutto il cuore e pubblicamente, la mia gratitudine per questa svolta personale di cui è stata motore inconsapevole. E veniamo al libro: anch’esso costituisce, per me, un piccolo emozionante miracolo. Quando mi è arrivato il ‘pdf’ mandatomi in anteprima da Luisa, l’ho letto tutto di un fiato e la prima cosa che mi ha suscitato stupore unito a un gran ‘senso di caldo’ è stato il ritrovare un linguaggio comune, sentimenti comuni, dolori comuni. Nei piccoli mosaici che Luisa ha costruito con le tessere fornite dalle nostre narrazioni è praticamente impossibile riconoscere chi ha detto cosa. E questo non perché mal utilizzate ma piuttosto perché sembrano opera di un’unica penna, espressioni di un unico sentire, brani di una sola storia corale. Questo senso di coralità, se da una parte riempie il cuore, dall’altra ci dice che le ricchezze e i talenti e le luci, ma anche le ombre e i nodi irrisolti e le debolezze sono proprio quelle, quelle che Luisa ha messo in evidenza con tanta abilità e professionalità. Cosa dire più in generale? Credo che noi donne dirigenti ‘anziane’ abbiamo una responsabilità precisa nei confronti delle colleghe più giovani che oggi rappresentano al maggior parte degli ‘alti potenziali’ nelle grandi organizzazioni. Organizzazioni terribilmente maschiliste: sono pensate, disegnate, strutturate per funzionare con modelli squisitamente maschili in cui, sul piano delle relazioni, il modello competitivo prevale su quello cooperativo e, sul piano dell’organizzazione del tempo di lavoro, c’è un atteggiamento del tutto monopolizzante, pretendono la dedizione assoluta senza alcuna attenzione alla produttività marginale del tempo investito. Non avendo alcun bisogno di conciliare tempi, ruoli ed esigenze diverse, in particolare nelle organizzazioni italiane (nelle quali spesso sono molto più importanti le relazioni che non i risultati effettivi, l’appartenenza a un clan che non l’efficacia, l’apparenza più della sostanza) ci si trattiene ad libitum. Anzi, in genere, si riservano alle cose più importanti, alle riunioni più critiche, agli aspetti più rilevanti dal punto di vista decisionale, le ultime ore del giorno. Questo stende su tutto un alone di sacrificio e di complicità tra pochi eletti che reggono le sorti del mondo che nobilita ed eleva la propria e l’ altrui percezione di importanza in un sistema spesso del tutto autoreferenziale. E le donne, in tutto ciò? Ai livelli intermedi di management mi sembra che la realtà si stia, lentamente ma progressivamente, femminilizzando. Ovviamente è più facile trovare donne nelle funzioni di Staff e in posizioni di tipo professional piuttosto che in ruoli manageriali. Nelle funzioni di produzione è ancora difficile trovare delle donne, soprattutto in posizioni di responsabilità ma, ad esempio nel nostro Gruppo, si cominciano a vedere tante giovani ingegnere molto competenti e grintose. Il problema è che il modello manageriale e di vita che viene trasmesso è sempre lo stesso anche quando a modello viene presa una donna, una manager di successo da emulare. Il modello è quello maschile della dedizione assoluta al lavoro. Così le aziende si riempiono di giovani donne con una gran voglia di fare e di fare bene che però non hanno una vita privata, non riescono ad avere una vita sentimentale decente, salvo gli eventuali amori che nascono e si consumano per così dire ‘sul campo’, e si ritrovano alla soglia dei 40 che improvvisamente si accorgono che potrebbe essere troppo tardi per altri progetti di vita. Soprattutto le giovani donne che hanno studiato sodo, che si sono specializzate e che ora ci guardano per modellarci vedono spesso un’adesione quasi totale – spesso da noi stesse definita indesiderata ma inevitabile – al modello maschile prevalente e si auto infliggono sacrifici terribili anche se, per queste nuove generazioni, spesso inconsapevoli. L’assenza di legami forti, la condizione quasi esclusiva di ‘singletudine’ e la convinzione che il lavoro venga prima di qualsiasi altra cosa e sia propedeutico a qualunque scelta di vita, di famiglia, di figli, fa si che ci sia nelle nostre colleghe giovani una accettazione acritica del modello proposto. Diventano così una sorta di sacerdotesse, di vestali sacrificate sull’altare del lavoro e, forse, della carriera che però, dati i tempi, arriva sempre meno. In un tale contesto io credo che noi più grandi e, in un certo qual modo, ‘arrivate’ dovremmo essere maggiormente consapevoli dell’esempio che forniamo e sentirne una maggiore responsabilità a livello individuale e collettivo . Ne parlo spesso con le mie colleghe ma finora le ho viste sempre minimizzare, non sono ancora riuscita a creare un movimento d’azione in tal senso. Oggi credo, però, che i tempi, complice anche la crisi economica che sta producendo cambiamenti ‘epocali’, stiano velocemente maturando. Ne vedo maggiori segnali in giro. Si comincia a parlare di donne come portatrici di cultura, valori e prassi più compatibili con le nuove esigenze emergenti anche nel mercato e nelle imprese e si inizia a sentir parlare di veri cambiamenti. Cominciano ad essere percepiti come necessari – in grado di fare la differenza – quel modo più intuitivo di collegare gli argomenti e di prendere le decisioni, la capacità più ‘femminile’ di esaminare i problemi da diversi punti di vista, il preferire una visione di lungo periodo – anche se dalle implicazioni più complesse – alla soluzione più semplice, ma di breve periodo. Per il momento si parla….. Nei fatti, in generale come è sotto gli occhi di tutti, le donne nei primi livelli sono decisamente poche e, tranne nel caso di imprese familiari in cui le posizioni di vertice sono assunte ‘di diritto’, in genere sono donne senza famiglia. Credo, infatti, che le donne, quelle che hanno mantenute un modello di comportamento femminile, dai vertici delle organizzazioni, siano soprattutto, consciamente o inconsciamente, temute. Di fronte a ciò che non comprendono, o alla critica aperta e franca, gli uomini (ma spesso anche le donne che hanno assunto un modello ‘maschile’) preferiscono ricorrere all’esercizio arrogante del potere, ricordano chi è il capo e concludono le discussioni senza sentire il bisogno di arrivare a una motivazione convincente. Un modo come un altro di fuggire la complessità e di non affrontare un confronto che non si è sicuri di saper gestire. Ripeto, spesso le donne fanno paura perché si percepisce che non sono facilmente controllabili in tutte le dimensioni, che dispongono di più e più vari strumenti, che sono capaci di lavorare tenendo contemporaneamente presenti diversi piani, che non utilizzano solo il pensiero lineare, che sono capaci di attingere a risorse antiche e nascoste, che se hanno come obiettivo una causa che ritengono giusta sono inarrestabili. Questo, mi sembra valga, in misura maggiore o minore, a tutte le latitudini, ma in Italia abbiamo qualche handicap in più. Nelle aziende e nelle amministrazioni italiane il merito, come sappiamo, non è tenuto in gran conto e le promozioni ai livelli più alti non avvengono sulla base della valutazione del merito ma, molto più spesso, per cooptazione, anche in presenza di strumenti di valutazione “foglia di fico”. Tutti siamo stati certamente più volte testimoni di vari casi in cui ciò che più giustamente ed opportunamente (sulla base delle competenze e della capacità) poteva essere affidato a una donna brillante è stato dirottato verso un uomo mediocre e senza necessità di particolari spiegazioni. Perché un gruppo omogeneo che si è composto per cooptazione dovrebbe introdurre volontariamente al suo interno il germe della diversità? Infatti non succede, se non per avvenimenti che si svolgono in maniera rocambolesca e chi ci capita rimane, quasi sempre, un corpo estraneo. La classe dirigente italiana è maschilista e gerontocratica e, checché dica a parole, nei fatti opera pervicacemente per rimanere esattamente così: maschilista e gerontocratica. Fino a poco tempo fa pensavo che le “quote rosa” fossero uno strumento umiliante, che potevamo farcela, che dovevamo farcela con la nostra competenza, la nostra grinta, la nostra energia e il nostro entusiasmo. Oggi non lo credo più: credo che per quanto disgustose per la pancia, le quote rosa siano da giudicare indispensabili con il cervello. Non ci sono altre possibilità, bisogna fare un atto di umiltà, sfoderare un sano e incontrovertibile pragmatismo e fare pressione in tutti i modi possibili perché venga garantito l’accesso delle donne alle posizioni di vertice in politica, nella istituzioni, nelle amministrazioni pubbliche, nei consigli di amministrazione delle aziende, negli organi di autoregolamentazione delle professioni. Non c’è altro modo per garantirsi la massa critica necessaria per cambiare veramente le regole. Le donne che arrivano ai vertici oggi, anche se eccellenti, sono sempre troppo poche e sempre meno ‘donne’: non riusciranno mai a invertire la tendenza a perpetuare modelli maschili e maschilisti. Solo una immissione massiccia e contemporanea di donne (anche non eccezionali, ma decisamente ‘donne’ e possibilmente giovani) in tutti gli ambiti può veramente far succedere qualcosa di nuovo. E poiché ho la sensazione che rispetto al passato si stia tornando indietro, che eccetto la minoranza (seppure significativa, sempre minoranza) di giovani donne laureate e colte che cercano di aprirsi faticosamente il loro spazio, le donne si stiano scoraggiando e che la precarietà del lavoro e gli alti costi dei servizi le stiano ricacciando a casa, credo sia il momento di non pensare più a vincere elegantemente la partita ma concretamente e presto le Olimpiadi. Perché altrimenti rischiamo di poter più nemmeno giocare. So di esprimere una posizione che fa storcere il naso a molte donne ma, per una volta, sento che il fine deve giustificare i mezzi. La posta è troppo alta. E, sommessamente, mi sento di esprimere anche un’altra piccola critica, anzi un’autocritica. E’ necessario ritrovare presto la capacità di essere unite su quello che ci unisce e di smettere di trastullarci cavillando su ciò che ci divide. Di nuovo: la posta è troppo alta e al potere fa comodo che una comunità potenzialmente tanto forte consumi energie al proprio interno invece che dirigergliele contro. Spesso, come si dice volgarmente, “ci facciamo male da sole!” Il tema della presenza femminile nella classe dirigente non è un problema delle donne, è un problema dell’intera comunità ed ha a che fare con il livello di civiltà e il potenziale di sviluppo della comunità stessa. E non si tratta solo delle donne: attraverso le donne, il caso più eclatante, usando come grimaldello le donne, va aperta la strada a una vera capacità di valorizzare la diversità, di considerarla un ricchezza. E questo ha a che fare con la promozione della pace e della libertà nel rispetto di tutti e con il prevalere dell’intelligenza e della generosità sulla stupidità e sulla meschinità. In questa convinzione vanno cercate e compattate tutte le energie a favore di una situazione equilibrata perché esercitino la giusta pressione sul legislatore al fine di creare norme e strumenti adeguati a che questo accada definitivamente e presto. Chiudo tornando a noi, al nostro possibile auspicabile impegno individuale, seppur in una corrente collettiva. Il terreno di lavoro, a mio parere, è quello dello sviluppo e della promozione di una più profonda consapevolezza rispetto ai nostri ‘errori tipici’ – così presenti nelle storie delle donne che hanno partecipato alla ricerca e così ben enucleati da Luisa Pogliana – rispetto ai quali mettere a punto strumenti di ‘autodiagnosi precoce’ e di ‘terapia efficace’; dell’elaborazione di un diverso rapporto con il potere e della maturazione di una più elevata fiducia in se stesse; di una maggiore focalizzazione delle differenze di genere per poterle ‘utilizzare’ in maniera strategica. E da ‘anziana’il consiglio principale che mi sentirei di dare a una giovane donna che ha a cuore la sua realizzazione nel lavoro è quello di far attenzione al riconoscere e al tenere sempre nella giusta relazione i ‘mezzi’ ed i ‘fini’; di avere chiaro il proprio progetto di vita e di non anteporre mai a questo il solo progetto di lavoro. E poi ancora di mantenere il presidio sulla propria vita e di non farsi ‘rubare il proprio tempo’; di avere sempre voglia di imparare e di non perdere mai la fiducia nella propria capacità di farlo; di coltivare la propria vita interiore e gli affetti insieme alla speranza e alla leggerezza, all’ironia e all’autoironia. Ultimissima battuta: è il momento di cercare nuove alleanze tra le donne, recuperando e valorizzando quella capacità di solidarietà così femminile che sempre nella storia è emersa nei momenti più difficili: le donne sono alleate con la vita e ‘geneticamente’ predisposte alla difesa della continuità attraverso il cambiamento continuo. Qualche assonanza con i temi manageriali più attuali? Per quanto mi riguarda farò la mia parte.

Myriam Ines Giangiacomo

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