PICCOLO TEATRO DI MILANO – CONFERENZA DI LUISA POGLIANA sul tema “LE DONNE: UN DIVERSO GOVERNO DELLE AZIENDE”

giovedì

17

gennaio

alle ore:

 

In occasione dello spettacolo La compagnia degli uomini di Edward Bond, il PICCOLO TEATRO di Milano ha organizzato una conferenza, in collaborazione con l’associazione Donnesenzaguscio e la Casa di Vetro, sul tema Le donne: un diverso governo delle aziende.

Riportiamo l’intervento di Luisa Pogliana, che si è sviluppato sulle domande di Maria Cristina Koch

MCK – Nello spettacolo che segue ci sono solo uomini: al vertice di aziende, manager, protagonisti del business, che agiscono secondo tipici modelli maschili. Questo mi porta ad aprire con una domanda: ma allora, ancora oggi, il lavoro è solo degli uomini? Come vedi tu questa realtà dal tuo punto di osservazione?

LP – Possiamo cominciare a rispondere pensando ad un episodio. Esattamente cinquant’anni fa la Corte Costituzionale accoglieva il ricorso di Rosanna Oliva e apriva le carriere in magistratura, nella prefettura e nella diplomazia anche alle donne. Sì, perché allora alle donne era sbarrato l’accesso a queste professioni. Rosanna Oliva voleva accedere al concorso per diventare prefetto e fu respinta, ma non si fermò, e vinse. Qualcuno ricorda di aver mai sentito parlare di Rosanna Oliva? Eppure noi le dobbiamo un atto di giustizia e un’apertura di libertà per tutte noi donne. Non solo in quelle carriere. Il valore concreto e simbolico di quell’atto è enorme: una donna che ha saputo dire ‘perché io no?’. Bisogna ricordarselo oggi. Perché non è ancora vero che tutte le carriere sono realmente aperte alle donne. L’azienda e i modelli di management, nati quando vi era una rigida divisione sociale del lavoro, sono stati costruiti dagli uomini a loro misura. E questa cultura sopravvive per molti aspetti, creando un contesto che spesso penalizza ingiustamente le donne.Eppure, nonostante questo, la presenza delle donne anche nei ruoli manageriali ha già portato cambiamenti importanti.

Dunque andando oltre l’aspetto quantitativo della presenza delle donne, in che senso allora il lavoro non è più solo degli uomini?

Come scelta e come diversa concezione che viene dalle donne. Innanzitutto le donne amano il loro lavoro, perché lo vedono in una prospettiva di autorealizzazione. Ancora oggi le aspettative della società non chiedono alla donna l’affermazione nel lavoro, cosa invece imprescindibile per un uomo, perciò la decisione di cercare un percorso professionale di alto profilo, per le donne nasce da una forte motivazione personale. Si potrebbe dire che mentre un uomo deve, una donna sceglie di fare carriera. C’è però un altro aspetto nuovo. Se oggi la realizzazione nel lavoro è imprescindibile nella vita di molte donne, non lo è a scapito del resto della vita. E’ inserita in un progetto di vita intero, a cui non si vuole, e si ritiene possibile, non rinunciare. Ma la cosa più importante è che le donne cercano un personale modo di realizzarsi nel lavoro senza appiattirsi su modelli dominanti, che sono modelli maschili, e mettono in atto tentativi di rottura delle regole aziendali in cui non si ritrovano. Donne senza guscio, dunque, è stato il titolo del mio libro soprattutto per questo. Perché le donne entrano in azienda senza la protezione di un’appartenenza consolidata a questo mondo, eppure accettano il rischio implicito nell’abbandonare gusci a loro inadatti, per trovare anche nel lavoro una vita a loro misura. Le donne hanno fatto proprio il lavoro nel senso che affermano una loro diversa visione su questo terreno. E’ una manifestazione potente della propria soggettività.

Nella cacciata dal giardino dell’eden Dio diede all’uomo il lavoro come maledizione. Ma la donna lo preso per sé come scelta.E lo sta plasmando su se stessa. Questo non impedisce che molte donne si approprino del lavoro proprio seguendo i modelli maschili

Bisogna dire una cosa ovvia, ma che è bene esplicitare. Non tutte le donne sono uguali, come non tutti gli uomini sono uguali e non tutte le aziende sono uguali. Quando qui parliamo di atteggiamenti femminili o maschili, o di cultura aziendale, facciamo riferimento a modi di essere che caratterizzano prevalentemente le donne o gli uomini, e la cultura aziendale.Sappiamo benissimo che tra le donne troviamo anche quelle che adottano stili manageriali maschili. D’altra parte oggi la cultura delle aziende e dei suoi vertici è maschile, dunque è più facile che possano accedere a posizioni di dirigenti donne che più rientrano nei canoni di riferimento. Ma quello che importa è raccogliere il nuovo, il buono che viene dalle donne, da donne consapevoli della loro differenza e del suo valore. Tra contraddizioni, incoerenze e limiti. Interessa la strada che si apre, la potenzialità .

In che cosa oggi si si manifesta, com’è questo modo diverso di essere manager che viene dalle donne?

Diciamo anche che non si tratta di proporre un modello femminile, alternativo a quello maschile, definito però in modo altrettanto normativo. Ci sono certo attitudini più presenti tra le donne. Per esempio, la capacità di relazione, la competenza emotiva, saper lavorare in team, l’attenzione alle persone… Che sono anche cose vere e di valore. Ma la differenza femminile e il suo valore non si può ricondurre a un elenco di skill specificate (e limitate), perché così si tende a confinarle in certi ruoli, a fondare una nuova divisione sessuale del lavoro. La differenza femminile, per me, si manifesta soprattutto in un atteggiamento complessivo, che è la prevalenza della persona sul ruolo. Le donne si rapportano al lavoro prima in base alla propria soggettività, alla propria visione, e da lì si confrontano con norme e modelli. Si rapportano al lavoro come persone intere, e rifiutano la scissione tra lavoro e il resto della vita. E’ a partire da questo che le donne formulano proposte di cambiamento.

Su quali aspetti in particolare si concretizzano queste proposte?

L’aspetto forse più affrontato è quello dell’organizzazione del lavoro, anche perché al suo interno è compreso il modo di rispondere alle esigenze rispetto alla maternità. Che nelle aziende continua ad essere considerato non un problema, ma il problema. Pur essendo positivamente gestibile. Come vediamo molto spesso tra le donne imprenditrici, che innovano soprattutto nelle politiche del personale: perché hanno una conoscenza concreta di come è la vita reale. E sanno che se le persone vivono meglio lavorano anche meglio. E le donne manager convergono su una forte critica e riformulazione dei modelli organizzativi, creati storicamente dagli uomini a loro misura, che mantengono rigidità e ritualità oggi insensate: soprattutto la richiesta di una presenza fisica in ufficio illimitata, a prescindere dalle reali necessità: le carriere presenzialiste, dove contano lunghe presenze in ufficio, più che quello che si produce realmente in quelle ore.Le donne contrappongono la richiesta di un sistema premiante fondato su lavorare per obiettivi, e valutare in base al loro raggiungimento. Cosa che permette di gestire in modo flessibile la presenza in ufficio.Proposte ragionevoli e razionali, anche a vantaggio dell’azienda: le donne non chiedono privilegi o lavorare di meno, ma di essere messe in condizione di lavorare meglio.

Il contributo positivo che può venire da queste proposte è dimostrato anche dal fatto che alcune aziende innovative su questo terreno hanno cominciato ad adottarle. Eppure nella maggior parte dei casi questo orientamento trova forti resistenze. Perché?

Se pensiamo che queste proposte siano sostanzialmente soluzioni pratiche, sbagliamo. Hanno una portata molto più ampia e profonda, perché toccano il modo in cui le aziende funzionano. Guardiamo ancora l’esempio che ho fatto. L’organizzazione del lavoro non è solo uno strumento tecnico per fare funzionare l’azienda. Serve in buona parte al vertice aziendale per mantenere il suo potere, attraverso il modello di pianificazione e controllo. Modello funzionale ad attuare quelle regole ritenute le uniche possibili. Si può dire che è un modello tipicamente maschile, che definisce il mondo aziendale attraverso un’astrazione dove tutto è stato messo in un posto definito, e a quella ci si attiene, tutto ciò che non è contemplato non si può fare. Perché così si pensa di controllare tutto. Sono questi meccanismi che le donne rifiutano, e con le loro proposte improntate alla concretezza svelano il funzionamento del potere. Perché il potere in azienda è detenuto da uomini, e si esprime con codici, manifestazioni simboliche, finalità e modalità d’azione maschili. Dunque il volere delle donne si scontra con il potere degli uomini. Perché nei luoghi dove si decidono le politiche aziendali, le donne non ci sono. Questi luoghi assomigliano ancora molto alle scene dell’opera di Edward Bond, nelle forme e nei contenuti.

Ma allora la parola potere può entrare nel vocabolario delle donne?

Ma di cosa parliamo quando parliamo di potere? Quando ne parliamo con una connotazione negativa, quella che ci respinge, noi parliamo del potere maschile che oggi vediamo in azienda. Che è un potere di dominio, di controllo, quindi è legato alla conservazione, alla difesa dell’esistente definito. Ed è anche usato dagli uomini al vertice per la propria promozione personale, prima ancora che per fare gli interessi dell’azienda. Le donne sono più interessate al potere di fare, anche se con questo orientamento al fare spesso in azienda finiscono per lavorare molto e poter decidere poco. Ma c’è anche un’idea che va oltre, un’idea di ‘potere’ come possibilità di agire, di far succedere le cose. In questo io vedo un potere costruttivo, generativo, che cambia e che trasforma. Questa visione che viene dalle donne, più che una cultura di potere, esprime una cultura di governo, e questa mi sembra la parola più adatta. Perché indica un modo di guidare e prendersi cura dell’azienda e delle persone che vi lavorano, non di dominarle. Non con il comando e l’autorità, ma con l’autorevolezza,Il governo, la guida, la cura, sembrano tre parole prese dal vocabolario e dall’esperienza delle donne. Eppure sono tre parole che, ovviamente dette in inglese, ricorrono nel vocabolario di management : governance,leadership, take care.Ma come tali sono piuttosto imbalsamate e svuotate del senso originale. Se proviamo a lasciarle nella nostra lingua, vicine al vocabolario delle donne, vediamo che sono tre allontanamenti concreti dal modo astratto di intendere il potere nelle aziende, tre assunzioni di responsabilità. In questo ci sono potenzialità di cambiamento, anche per le aziende. Il mondo è cambiato: uno stile manageriale, un’azienda che si basa su presupposti di controllo e potere non e’ piu’ efficace in questo contesto. Deve introdurre nuove idee e modi di lavorare.E queste possono essere portate dalle donne: un potenziale non espresso, anche perché gli interessi di parte, in questo caso la parte degli uomini che stanno ai vertici, prevalgono anche sugli interessi dell’economia.

Verrebbe da dire che le aziende vanno ri-governate. E questo però per le donne vuol dire alzare la loro asticella, esporsi, mettersi a rischio.

Penso che molte abbiano maturato questa consapevolezza. Ma qui occorre ragionare su una nostra difficoltà.Si verifica infatti che, rispetto al potere aziendale, molte donne manifestino una incapacità di rapportarsi, una estraneità che porta a chiamarsene fuori. In questo gioca la nostra inesperienza storica su questo terreno, il fatto che le organizzazioni funzionano in modo non trasparente, e -però- anche perché hanno, come abbiamo visto, una diversa concezione del potere. Qui c’è una potenzialità. Quando le donne dicono che non sanno gestire il potere, che non sono interessate, forse dicono che non lo vogliono così com’è, che non accettano modalità e obiettivi in cui non si ritrovano. Forse esprimono in concreto che questo non è il miglior sistema di potere. Si pone dunque il problema di non lasciare che chi ha il potere continui a riprodurre l’attuale visione dell’azienda e delle sue regole. Di come aprire più spazi alla nostra visione che oggi non trova posto nei contesti aziendali.

Cosa possiamo pensare allora di strumenti come le quote rosa?

Certamente tutto può aiutare. Ma occorre anche qualcosa di più e di diverso. Diciamo chiaramente che non si tratta di porsi l’obiettivo di occupare ruoli di potere al posto degli uomini, comunque. Non si tratta di prenderci una quota più ampia della gestione aziendale lasciando intatto il quadro di riferimento, gli obiettivi e le modalità di funzionamento. Se più donne occupano posti di potere, senza cambiarne la concezione e le finalità, e anche dimenticando di essere donne, senza una relazione reale e simbolica con le altre donne, non cambia niente. C’è invece una grande possibilità di cambiamento, per le donne e per tutti, se si porta questa diversa idea del governo delle aziende nei ruoli dove si decidono le politiche aziendali, se questi ruoli si incarnano in un corpo e in una testa consapevole di donna. Per me questo definisce la strada che abbiamo davanti ora: passare da un difficile rapporto con questo potere ad assumerci la responsabilità di fare la nostra parte nel governo delle aziende, a tutti i livelli.

Cosa ci aspetta nell’affrontare questo passaggio?

Tornando alla domanda che hai fatto all’inizio -il lavoro è solo degli uomini?- possiamo dire no, il lavoro non è solo degli uomini. Ma il potere sì. E allora a quali leadership innovative possono guardare oggi le donne per avere opportunità di cambiamento? Nessuna. Le donne possono contare solo su se stesse. Sappiamo bene cosa ci aspetta, le difficoltà, i tempi, le molte questioni da capire, le penne che lasceremo sul terreno. Non siamo idealiste, e non pensiamo di di essere onnipotenti. E’ chiaro che non si tratta di una battaglia che prima o poi finisce, o di fare una rivoluzione. Si tratterà di imparare a vivere dentro a questo conflitto, negoziando, spostando continuamente la situazione, agendo qui ed ora senza deleghe. Noi oggi non sappiamo bene come fare, ma il come possiamo trovarlo, possiamo trovarlo insieme Noi, il gruppetto di donnesenzaguscio, lavoriamo su questo. E pensiamo che tutto si può imparare: si può mparare a governare le aziende in un altro modo.

Possiamo chiudere portandoci via questa prospettiva di assunzione responsabilità. Perché la responsabilità è la caratteristica delle persone adulte e libere. E’ di questo che abbiamo bisogno e desiderio.

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