Recensioni: Il come e il cosa


Abbracciare l’orso

di Giovanna Galletti, Gianna Mazzini e Luisa Pogliana
Guerini e Associati, Milano 2008

COSA
Sono andato a visitare il nostro call center del Veneto. Quando sono entrato non potevo credere ai miei occhi. Il direttore aveva fatto sistemare in un angolo un gigantesco orso di peluche. A cosa serve? Gli ho chiesto. Quando le persone non ce la fanno più, possono andare ad abbracciare l’orso, mi ha detto. Ma funziona? E lui: guardi. Ero allibito, ma effettivamente ogni tanto qualcuno si alzava e andava ad abbracciare l’orso.

Siamo partite da un’osservazione semplicissima e cruda: il mondo del lavoro prevede che, chi entra a farne parte, metta via sentimenti e affetti. Prevede che una persona non li porti con sé quando lavora, in nome della razionalità, del rigore impersonale del business. Affettività, sentimenti ed emozioni devono restare fatti privati.
Ma il mondo del lavoro non è affatto come lo raccontano, cioè un’applicazione rigorosa di tecniche e decisioni prese con freddezza. In realtà non c’è nulla come il business per scatenare passioni forti. L’affettività, le emozioni sono sempre al lavoro. E’ impossibile senza.
Perché siamo, tutti e tutte, persone intere.
Dunque gli affetti, cacciati dalla porta, rientrano dalle finestre e cercano di farsi spazio come possono. Spesso in maniera confusa e disordinata. Magari ci si innamora del capo, del collega, della collega. Oppure non si riesce a dimenticare quello che è successo a casa, con la moglie, il marito, i figli. I compagni.
Anche se non si vedono, esistono milioni di fili fra noi.
Invisibili come le onde radio, come le traiettorie degli uccelli o le strade dei pesci. Noi viviamo tutti immersi in una rete invisibile di relazioni con le persone con le quali lavoriamo o alle quali il nostro lavoro si rivolge.
Le relazioni sono uno strumento potente.
Perché muovono energie che ci sono, ma dormono, risvegliano capacità latenti.
Perché possono trasformare gli ambienti senza distruggerli. Possono modificare, inesorabilmente, ogni struttura, ogni rigidezza, ogni gabbia.
Le relazioni hanno confini più larghi di quanto possiamo immaginare. Troppo spesso riduciamo i sentimenti ad una gamma piccina, chiusa, finita, che vede nell’amore e nell’amicizia, comunemente intese, l’unica possibilità di esistere. Ma ci sono relazioni che non possiamo inquadrare, che non rientrano nelle caselle. Tante testimonianze, raccolte nel libro, ce l’hanno raccontato.
Il lavoro, anche quello brutto e avvilente, contiene una possibilità: noi l’abbiamo chiamato ‘eros del progetto’. Lavorare allora può provocare l’amore, non solo nel senso, noto, di favorire flirt e relazioni amorose, ma anche e soprattutto nel senso di muovere energia e sviluppare passione.
Il lavoro può accendere, cioè, parti che normalmente si accendono con l’amore.
Il libro parla di questo. Mette l’accento sul ‘progetto di vita’.
Forse non c’è l’abitudine a pensare a sé con un progetto di vita che non sia quello comunemente inteso: la carriera, il guadagno, la famiglia. E’ normale che alla domanda: qual è il tuo progetto? Si risponda: vorrei diventare questo o fare quest’altro, o avere una famiglia… Ma il progetto di vita come lo abbiamo inteso noi, non ha a che fare con i temi, (carriera, famiglia, denaro) ma con un modo. Perché ogni persona, anche se non ne è consapevole, anche se lavora come casalinga o in un contesto non organizzato, sta continuamente lavorando all’opera di sé, alla costruzione della propria identità. Questo può essere davvero un lavoro appassionante.
Il progetto di vita è quella particolare caratteristica del nostro essere che, quando vive, produce energia, piacere. Non è un solo mestiere, anche se spesso la si scopre facendo un mestiere. Non è tanto il ruolo ricoperto, anche se anche lì può essere messa in gioco. E’ piuttosto quella nostra specificità, quell’insieme di caratteristiche, che, quando abbiamo la capacità di mostrarle, produce un brividino, produce un piacere senza nome.
Perché, per ognuno, ha un nome diverso. Scovarlo è indispensabile per riuscire a provare piacere qualunque lavoro si faccia e persino quando il lavoro non ci piace.

COME
Quando l’editore ci ha proposto di scrivere questo libro, abbiamo accettato subito anche se il motivo si è chiarito strada facendo: il tema ci toccava più di quanto ci rendessimo conto.
Abbiamo scritto scegliendo una scrittura pensata e realizzata insieme.
Lavorare in tre non è stato facile. Sempre più spesso, in questo tempo di conflitti, ci si sceglie per somiglianze. Troppo più facile e incoraggiante dire “anche per me funziona così”, “è proprio vero quello che dici”. Molto più faticoso provare ad assumere, anche per un attimo, il punto di vista di qualcuno che non ti somiglia e che per età o per esperienza si è fatto un idea del mondo diversa dalla tua. E noi siamo tre donne con storie, esperienze e formazioni diverse.
Luisa, che conosce i meccanismi delle organizzazioni d’impresa per essere stata dirigente di una grande azienda per molti anni; Giovanna, economista che ha volutamente evitato l’inserimento nelle logiche aziendali scegliendo prima la libera professione e poi l’impresa in prima persona; io, regista, che cerco di guardare la realtà spostando continuamente il punto di vista.
Nella prima fase è stato forte lo sforzo di adattamento: abbiamo attraversato i conflitti, abbiamo gestito le rigidità di pensiero, quando rischiavano di diventare muri.
Abbiamo progettato le tappe del percorso, abbiamo fatto programmi. Ma il tempo realmente produttivo è stato quasi sempre il tempo dell’istante proficuo: certe cose, spesso le migliori, accadono solo in certi momenti, e accadono solo se le lasciamo accadere.
Riconoscere, per ciascuna, le capacità delle altre non è stato esercizio sempre facile.
Ma sapevamo che imporre una misura rigida al contributo di ognuna ci avrebbe allontanato dallo scopo. Per questo abbiamo lasciato che le specificità emergessero, e su quelle ci siamo basate.
Abbiamo proceduto per approssimazione e aggiustamento, senza ansia di perfezione.
Abbiamo accettato l’imperfezione. La perfezione è un modello astratto al quale adeguarsi. La perfezione non può essere amata. Quello che facciamo sì.

Gianna Mazzini

(Pubblicato su Persone&Conoscenze, 2008)

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Un risultato in “Recensioni: Il come e il cosa

  1. Trovo incredibile la trovata dell'Orso, qui ''da noi'' in Italia. Sarebbe interessante conoscere altri strattagemmi simili… Del resto, come dimenticare cosa si faceva in Giappone? Almeno fino agli anni '80… Il compito atteggiamento di deferenza nei confronti del "capo" -prima che i libri di Amelie Nothomb ne demolissero la figura- nascondeva aggressività ed amarezza nei subalterni. Che fare? Ed ecco una bella stanzetta con un manichino appeso a mò di punging ball. Da prendere a pugni e schiaffoni: sopra c'era scritto "sono il tuo capo". A quando -finalmente- qui da noi? A quando -finalmente- poter dire la nostra in tutta franchezza senza il timore di venir penalizzate?

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